Panoramica dei libri recensiti nell’anno 2020/2021 per la rubrica “Tempo per leggere”

Panoramica dei libri recensiti nell’anno 2020/2021 per la rubrica “Tempo per leggere”

Janna Carioli, Sonia M. L. Possentini, L’alfabeto dei sentimenti, Fatatrac 2016

Un albo illustrato pregevolmente con gusto retrò per un primo e fondamentale abbecedario di sentimenti che risuonano nei versi delle poesie.
Tra atmosfere sognanti e richiami alla quotidianità, le autrici operano sinestesie tra parole, immagini e ritmi per offrire materia all’espressione dell’interiorità dei bambini,  che viene qui accolta e riconosciuta anche negli aspetti più complessi e spesso stigmatizzati.
Un albo in cui la poesia si rivela come un mezzo di espressione potente, perché mezzo che affina e raffina e che, allo stesso tempo, dona consistenza al dire.

Giovanni Zoppoli, Maja Celija, Gago, orecchio acerbo 2007

Sonorità cantilenanti, illustrazioni vivide, e al contempo ruvide, ci guidano nel mondo di Gago, una realtà complessa di cui l’autore parla con garbo e verità. Fatiche quotidiane, regole, incomprensioni, trasgressioni e tradizioni di un mondo al margine, presente e invisibile . Storia di un bambino Rom tra difficoltà quotidiane, giochi, desideri e sguardi pieni di poesia, fino alla sua scomparsa e al sogno degli amici che rinnova ogni giorno la speranza di riaverlo vicino.

Christine Nöstlinger, Storie del piccolo Franz, traduzione di Michela Finassi Parolo, illustrazioni di Asun Balzola, Piemme 1993

Un libro godibilissimo di una delle più famose scrittrici per l’infanzia. Il piccolo Franz è alle prese con le difficoltà che gli causano il suo aspetto troppo delicato e femmineo e le interpretazioni del linguaggio e dei comportamenti degli adulti. Se i bambini restano affascinati dalla sua intraprendenza e dalla sua inventiva, una lettura più matura, o reiterata, rivela una trama fine di reazioni, sensazioni e sentimenti a cui attingere per ampliare e approfondire l’educazione affettiva.

Loricangi, Cristina Storti Gajani, Un piccolo mondo, Fulmino 2019

L’albo giusto per affrontare un cambiamento, che sia un trasloco, come accade al protagonista, o una vacanza. E proprio durante le vacanze al mare, il bambino protagonista della storia si appassiona alla ricerca di bottiglie. Attraverso il vetro gli appaiono mondi fantastici e surreali, vere meraviglie che uniscono il grande e il piccolo nella presenza atemporale dell’interiorità.  È un albo dedicato alla disponibilità che occorre per poter vedere, allo sguardo che si fa ponte per la conoscenza e per la comprensione.

Emmanuelle Houdart, Rifugi, traduzione di Francesca Del Moro, Logos 2015

Un albo sui rifugi dell’anima che è esso stesso un rifugio per l’interiorità di chi legge e si incanta nella seduzione delle immagini caleidoscopiche che intrecciano  l’uomo, la natura, le opere e gli attraversamenti. I rifugi sono luoghi di pace e di cura, momenti di condivisione e di incontro, oasi di preghiera e conoscenza dove attingere le risorse per una vita consapevole e feconda.
L’opera apre livelli di lettura stratificati e per questo è destinata anche agli adulti.

Anthony Browne, Voci nel parco, traduzione di Sara Soarin, Camelozampa 2017

In un parco si intrecciano le impronte,  le storie e le voci di quattro persone. Ognuna ha la sua percezione di ciò che le accade intorno e per ognuna di esse il parco si trasforma, si fa vivo rispecchiandone gli atteggiamenti, i pensieri, le visioni. Il lettore è invitato a percorrere e ripercorrere tracce e voci per ricostruire incontri avvenuti e mancati,  chiusure e nuove speranze. La presenza dell’arte figurativa, citata in più modi, aggancia l’opera al mondo esterno e chiama il lettore ad arricchire la sua personale interpretazione.

Gianni Rodari, La freccia azzurra, illustrazioni di Simona Mulazzani, Editori Riuniti 2000

Un romanzo per ragazzi, un coinvolgente racconto fiabesco in cui un trenino giocattolo, la Freccia Azzurra, e i suoi strampalati ed eterogenei passeggeri, guidano il lettore nelle contraddizioni sociali ed economiche dell’Italia degli anni Sessanta.
Francesco vorrebbe ricevere in regalo il trenino, ma sa di essere troppo povero per averlo. I giocattoli, testimoni della sua tristezza e della sua rassegnazione, decidono di partire per farlo felice. Nella notte dell’Epifania, tra freddo e intemperie, ognuno di loro, anche chi non lo sospettava, scoprirà di avere un cuore.

William Shakespeare, Il mercante di Venezia, adattamento di Laura Tosi, illustrazioni di Desideria Guicciardini, Lapis 2015

Il tema complesso della giustizia e la poliedricità, talora l’ambiguità, dell’animo umano, sono  al centro di questo albo. Laura Tosi, professore ordinario di letteratura inglese alla Ca’ Foscari e esperta in Children’s Literature, offre il dramma shakespeariano ai piccoli lettori adattandolo alla forma del racconto senza intaccare la molteplicità di nodi tematici, spunti di conoscenza e di riflessione. Le illustrazioni, simili a scenografie, riescono nella rappresentazione di posture e moti dell’animo. L’albo è destinato a bambini in grado di cogliere la complessità dei temi trattati e di partecipare a una prima riflessione critica.

Terry Fan, Eric Fan, Il giardiniere notturno, traduzione di Masolino D’Amico, Gallucci 2016

A Grimloch Lane, cittadina scolorita per stanchezza e decadenza, arriva un vecchio signore silenzioso e discreto, ha con sé un sacco a pelo, una tascapane e una scala a pioli. Il giorno dopo il piccolo William vede la chioma dell’albero davanti alla sua finestra potata in forma di gufo. Altre manifestazioni di arte topiaria saranno per gli abitanti della città, uomini, gatti, uccelli, fonte di rinascita di stati d’animo e sentimenti dimenticati. La storia è narrata in un linguaggio semplice e allo stesso tempo suggestivo in una efficace sinestesia di parole e immagini e si presta a una lettura autonoma a partire dai sette anni.

Beatrice Alemagna, Un grande giorno di niente, Topipittori 2016

Una vacanza in montagna, un bambino imprigionato nella trappola della noia, la perdita del videogioco che lo estranea dal mondo: bastano questi ingredienti a far nascere una storia sorprendente giocata sul colore, il movimento e tante piccole, sorprendenti meraviglie. Un albo ricco di suggestioni, non solo per bambini, da mettere in atto con letture ricorsive.

Tomi Ungerer, Non stop, traduzione di Damiano Abeni, Orecchio acerbo 2020

Un albo non convenzionale a partire dalle linee e dai colori delle illustrazioni, dai volumi netti e surreali. La storia si svolge in un day after apocalittico su  una Terra rovinata dai cataclismi ambientali. Sono partiti tutti tranne il giovane Vasco che si salva, volta per volta, seguendo le indicazioni della sua ombra. L’Ombra lo guida all’incontro con Nothing, un alieno che gli chiede di recapitare una lettera alla moglie. Un’opera magistrale, pagine che insegnano ad avere fiducia, a riconoscere e ad accogliere l’Altro nelle condizioni più impervie.Continua a leggere “Panoramica dei libri recensiti nell’anno 2020/2021 per la rubrica “Tempo per leggere””

“Jugendliteratur brisant”: i libri recensiti nella seconda stagione (2020/2021)

Jugendliteratur brisant: i libri recensiti nella seconda stagione (2020/2021)

Carlos Luis Zafón, Le luci di settembre, Arnoldo Mondadori Editore 2011Terzo romanzo della Trilogia della nebbia, Le luci di settembre, ambientato in Francia tra il 1936 e il 1937, sembra scaturire da un quesito: che cosa succede quando l’esistenza ci pone dinanzi a un enigma inquietante, per accadimenti che sconvolgono la nostra biografia e per eventi storici che, ancor prima di scuotere fino a ogni remoto angolo le fondamenta della nostra dimora, materiale e spirituale, si lasciano presagire come ombra scura, mano che stritola, veleno che si insinua?

Emilio Salgari, Le novelle marinaresche di Mastro Catrame, Arnoldo Mondadori Editore 2016In seguito a una solenne ubriacatura, mastro Catrame viene scherzosamente punito dal comandante della nave: dovrà a narrare, per dodici sere di seguito, dodici novelle marinaresche. A oltre 125 anni dalla prima pubblicazione, Le novelle marinaresche di Mastro Catrame, che Salgari diede alle stampe per la prima volta nel 1894, non hanno perso nulla  dell’attrazione che unisce reciprocamente coloro che «amano gareggiare in immaginazione».

Patrizia Rinaldi, Mare giallo, Sinnos Editrice 2012 – Due ragazzi, Hui e Thomas, e una ragazza, Caterina, sono i protagonisti di Mare giallo, ma protagonista è anche la città di Napoli e alcuni luoghi in particolare, come Castel dell’Ovo e la “villa affatata”. Nei venti capitoli, intervallati da dieci Intermezzi in corsivo che riportano soliloqui, retroscena e rivelazioni sui rumori misteriosi che a notte fonda rompono il silenzio della villa, il terzetto di “stranieri” (tali sono o si sentono Hui, Thomas e Caterina) risolverà l’enigma del «chiasso di catene», scoprirà progressivamente la forza del bene comune e, soprattutto, la gioia di un «mare nostro», il Mediterraneo che nell’oro del sole e dei riflessi della luce sul tufo diventa un prezioso «mare giallo».

Isabel Allende, La città delle bestie, Feltrinelli 2002Primo volume della trilogia Le memorie di Aquila e Giaguaro, La città delle bestie riunisce l’emergenza, realisticamente narrata, causata dalla brama di possesso di una parte consistente dell’umanità, e l’universale vicenda del fronteggiarsi e del coesistere di bene e male. Pur nella ricchezza di elementi ‘magici’, “la forza delle cose” non perde il mordente: la denuncia dello sfruttamento dell’Amazzonia, delle violenze sugli indigeni da parte dei discendenti dei conquistadores, giunge forte e chiara, senza edulcorazioni e senza attenuanti.

Brigitte Giraud, Un anno molto particolare, Ugo Guanda Editore 2010 Laura, diciassettenne francese, trascorre un periodo come ragazza alla pari nella casa della famiglia Bergen, che abita nei pressi di Lubecca, la città natale di Thomas Mann. La sua sarà un’esperienza complessa, sicuramente un’esperienza di formazione, che passerà per l’elaborazione del lutto e la consapevolezza circa i meccanismi di oblio e rimozione. Laura troverà una sua strada, così come un suo modo di vedere le storie individuali all’interno della Storia.

Ian McEwan, L’inventore di sogni, Einaudi 2002Invenzione e sogno: gli elementi fondamentali delle sette storie che seguono il prologo e narrano le avventure di Peter Fortune, il protagonista del romanzo di Ian McEwan L’inventore di sogni. Da un moto di insofferenza nei confronti di ciò che avverte come soprusi quotidiani, nasce la reazione di Peter, che rende l’insofferenza iniziale un processo creativo e non, come avviene invece per molti altri, la causa di scoppi di rabbia incontrollata o di ripiegamento su di sé, di isolamento. Un vero e proprio “invito alla meraviglia”.

Roald Dahl, Matilde, Adriano Salani EditoreMatilde è un’opera che va annoverata tra i libri che, come Pinocchio di Carlo Collodi, Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, Le novelle marinaresche di Mastro Catrame di Emilio Salgari, hanno messo l’iperbole, l’esagerazione, l’ironicamente irriducibile sfida alla verosimiglianza  a fondamento della creazione narrativa. Insieme a Matilde, che all’età di quattro anni, dopo aver imparato a leggere da sola in una famiglia che la tratta come uno strano fastidio, si reca da sola in biblioteca, entriamo in un mondo che sa riempire gli occhi di stupore, che all’ignoranza prepotente sa opporre uno sguardo acuto e divertito.

Barbara Yelin, Irmina. Quando la guerra ti cambia la pelle, Rizzoli Lizard 2019Irmina è un romanzo a fumetti diviso in tre parti, ciascuna delle quali porta il nome di un luogo, lo scenario, di volta in volta, delle vicende narrate: Londra, Berlino, Barbados. Attraverso le vicende di Irmina von Behdinger, le sue lettere a Howard (lo studente che viene dalle Barbados e che conosce a Londra),  le sue ‘mutazioni’ – il passaggio dal dissenso all’assuefazione alla violenza di un regime totalitario, alla convivenza di quotidianità e terrore -, scorrono cinquanta anni di storia, dal 1934 alla metà degli anni Ottanta. Le tavole e i testi di Barbara Yelin pongono a chi legge la domanda: con quale consapevolezza siamo immersi nella Storia?

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Tempo per leggere #25: Christine Nöstlinger, Il bambino sottovuoto

Tempo per leggere #25: Christine Nöstlinger, Il bambino sottovuoto. Traduzione di Carla Becagli Calamai, illustrazioni di Frantz Wittkamp, Salani nuova edizione 2021

Come parlare di un libro scanzonato e esilarante, se non esortandone la lettura con animo aperto e ridente? Inizio, dunque, invitandovi a leggere al più presto Il bambino sottovuoto, opera in realtà alquanto nota, di Christine Nöstlinger della quale abbiamo già presentato altri libri in questo blog.
E se vi trovaste a rileggerlo, tanto meglio, perché tornando a ridere tornerete a pensare e pensando tornerete a farvi delle domande. Sì, perché Il bambino sottovuoto, fa uscire dalla barattolo non solo il bambino perfetto, ma anche tutta una serie di domande che gli adulti dovrebbero porsi in merito alle loro idee su infanzia, crescita ed educazione.
I bambini, probabilmente, seguiranno le vicende di Marius con sorpresa e con molte sonore e coinvolgenti risate. Una mattina il fattorino consegna un pacco pesante e poco maneggevole all’eccentrica signora Berta Bartolotti, di professione tessitrice di tappeti. La signora Bartolotti è dubbiosa, non ricorda di aver ordinato un pacco con quelle caratteristiche, ma poiché il suo hobby è spedire buoni acquisto, inizia a spacchettare. Tirato via l’anello che apre la scatola di latta, il saluto del bambino sottovuoto la spaventa a morte e, solo seguendo le sue puntuali indicazioni, riesce a somministrargli la soluzione nutritiva che gli permette di prendere l’aspetto di un bel bambino di sette anni. Berta apprende così i dati anagrafici di questo figlio inaspettato.
Presto l’indole generosa della signora Bartolotti si riversa sul bambino al quale dedica affetto, acquisti copiosi e ampia disponibilità di spazi e tempo come è proprio di una persona che vive fuori dalle convenzioni e che spesso manifesta la sua eccentricità con qualche esagerazione anche poco salutare come quella di fumare il sigaro per fermarsi a meditare.
La signora Bartolotti ha un amico, Egon il farmacista. Berta e Egon hanno caratteri e atteggiamenti opposti e sono amici il martedì e il sabato, ma l’arrivo di Marius induce il compito e noioso Egon a farsi carico del ruolo di padre e a rappresentare il ruolo educativo consono alla preparazione che il bambino ha ricevuto prima di essere immesso sul mercato. Marius è un bambino perfetto, educato, si esprime con linguaggio chiaro e forbito ed è stato ben rifinito da un sottile senso di colpa che borda saldamente ogni eventuale sconfinamento di azioni e pensieri oltre la soglia della perfezione. Ma cos’è questa perfezione? Quali sono gli assi cartesiani in cui può essere realizzata la sua geometria?
Confrontandosi con l’esperienza scolastica, Marius inizierà ad accorgersi che le reazioni alle sue doti intellettive e al suo comportamento irreprensibile non sono univoche e che, anzi, gli procurano non poche sofferenze in termini di pesanti prese in giro e soprusi  da parte dei compagni di scuola. Le caratteristiche di eccellenza del prodotto, calibrato sui desideri di genitori in attesa del figlio perfetto, lasciano il bambino completamente sprovveduto di fronte a questi attacchi. Ma non sarà questo l’unico problema di Marius.
La rottura dello status quo arriverà con la pretesa della fabbrica di riprendere indietro il prodotto, dopo aver appurato che c’è stato un errore di consegna. Berta Bartolotti non è assolutamente disposta a riconsegnare il suo adorato bambino e coinvolgerà Egon in un avventuroso piano d’azione che darà una scossa al suo rigido conformismo e rivelerà allo stesso tempo il suo affetto sincero per Marius. Alleata fondamentale sarà Kitti, la bambina che abita al piano di sotto. Kitti si assume l’impegno di una vera e propria impresa: stravolgere le caratteristiche del prodotto, ovverosia frantumare le pareti invisibili eppur solide che trattengono i pensieri e le azioni del bambino fornendo come modello solo attitudini e atteggiamenti compiti e controllati. Riuscirà l’eroica opera di liberazione di Marius?
La scrittura di Christine Nöstlinger è, come sempre, agile e avvincente. La struttura della vicenda, il dispiegarsi delle azioni e dei loro risvolti permettono ai bambini di riconoscere i loro vissuti e di confrontarsi allo stesso tempo con personaggi sui generis che fanno saltare le coincidenze convenzionali tra l’apparire e l’essere, e non mi riferisco solo all’eccentrica Berta Bartolotti.
Il libro, nelle sue 154 pagine, è corredato dalle illustrazioni di Frantz Wittkamp che nel loro tratto continuo e bidimensionale assumono un tono umoristico e immediatamente comprensibile di situazioni, caratteri e reazioni compiendo con poche linee una sintesi grafica rivelatrice.
La lettura autonoma è consigliabile a partire dagli otto, nove anni.

Cristina Polli

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Jugendliteratur brisant #25: Nadia Terranova – Lelio Bonaccorso, Caravaggio e la ragazza

Jugendliteratur brisant #25: Nadia Terranova – Lelio Bonaccorso, Caravaggio e la ragazza, Feltrinelli Comics 2021

I testi di Nadia Terranova e i disegni di Lelio Bonaccorso compongono una doppia storia di formazione all’interno di un momento preciso del percorso biografico di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio: il suo soggiorno a Messina tra il 1608 e il 1609.
Duplice è la formazione, giacché non è solo Isabella Martines, la “ragazza” del racconto a fumetti Caravaggio e la ragazza, ma è anche l’artista stesso nel suo periodo messinese ad affrontare un itinerario di progressione nella consapevolezza del sé.
È un itinerario che passa per un’attività sensoriale che va esercitata, nutrita con cura, spogliandola dai pregiudizi, dalle immagini pre-confezionate: è l’arte del guardare. Come Isabella, personaggio creato da Terranova e Bonaccorso e rappresentativo di tante artiste che hanno lottato per vedere riconosciuto il proprio talento, o anche soltanto per poter dedicarsi alle arti figurative, per esempio, alla letteratura, alla musica, così anche Caravaggio, come dimostra La Resurrezione di Lazzaro (dipinto oggi custodito, insieme all’altro eseguito a Messina, L’adorazione dei pastori, nel Museo Regionale della città), la cui lavorazione si inserisce nelle vicende narrate, emergerà dall’esperienza messinese con uno sguardo reso più profondo e comprensivo del contatto con una città unica nel suo essere punto d’incontro tra mari, terre e culture.
Il racconto inizia con l’obiettivo fissato su due scenari: il primo è la nave che riporta a Messina, di ritorno da Genova, Isabella Martines, figlia di Giovanni, il cui primato come mercante di seta è indiscusso. La perdita della madre, morta dandola alla luce, ha segnato la vita di Isabella, che è insofferente alle convenzioni sociali e di ceto del tempo, che la vorrebbero esclusivamente intenta alla preparazione di un futuro di sposa e madre. Isabella non pensa neanche lontanamente a sposarsi e vorrebbe invece la libertà di poter guardare il mondo, esplorarlo, senza dover correre continuamente pericoli. Il secondo scenario è il mercato di Messina, nel quale Caravaggio si aggira senza nascondere diffidenza e senso di estraneità nei confronti di un paesaggio sia naturale sia urbano molto distante da quello delle proprie origini. Caravaggio è, come dichiara di sé, un uomo che indulge nei piaceri del buon vino e delle belle cortigiane, sempre intento a inseguire il “pericolo dentro di sé”.
È nei vicoli bui nei pressi del porto che le strade dei due protagonisti si incontrano per la prima volta, senza conoscere l’uno l’identità dell’altra. Isabella, che, scesa dalla nave, «va in giro da sola», viene aggredita da un bruto, che testo e disegni presentano come un vero e proprio orco. In quel momento sopraggiunge Caravaggio che scaraventa l’uomo contro un muro, permettendo a Isabella di sottrarsi alla presa e alla violenza del bruto.
Qualche giorno dopo i due verranno presentati ufficialmente, in tutt’altro contesto: Martines convoca a casa sua Caravaggio, «il più grande artista vivente» (così lo presenterà alla figlia Isabella, che fino a quel momento non ha conosciuto l’identità del suo misterioso soccorritore tra i vicoli del porto), perché «le eccellenze parlano con altre eccellenze». Caravaggio, che sta dipingendo La Resurrezione di Lazzaro, riceve da Martines l’incarico di dipingere il ritratto della giovane e bella figlia. Si tratta, per il ricco mercante, di porre rimedio a ciò che considera una fatale omissione: aver perso l’occasione di avere un ritratto della moglie, le cui fattezze sembrano rinate in Isabella.
Prende le mosse così, da una diffidenza innata di entrambi i protagonisti, l’artista orgoglioso e pronto all’ira (le tavole di Bonaccorso e i testi di Terranova ripropongono il tempestoso aneddoto della distruzione della prima tela con La Resurrezione di Lazzaro) e la ragazza, Isabella, ben poco disposta a posare per ore semplicemente per diventare un oggetto di bellezza da ammirare, l’affascinante duplice storia di formazione, nella quale verranno svelati alcuni retroscena circa le aspirazioni e i talenti di Elena, la madre di Isabella morta di parto, e l’amore nutrito per lei, poi andata in sposa a Giovanni Martines, dal committente del quadro La Resurrezione di Lazzaro (che nella realtà fu il mercante genovese Giovanni Battista de’ Lazzari).
Caravaggio appare qui nella veste inconsueta di maestro dello sguardo – Isabella vuole imparare a dipingere – e di allievo, a sua volta, nell’arte del guardare. Sarà Isabella, raffigurata non casualmente con occhi molto grandi, a condurlo infatti nei luoghi di Messina dai quali la città schiude tesori di verità e bellezza, così come di paura e di ferocia, anch’essi, come la verità e la bellezza, fondamento dell’umana esperienza del mondo.
L’incontro tra i testi scritti da Nadia Terranova e le tavole disegnate da Lelio Bonaccorso (del quale è possibile visionare in rete gli acquerelli preparatori) è tra i più felici e manifesta compiutamente l’amore per una città, Messina, dalla quale, nelle pagine di Caravaggio e la ragazza, si leva una voce dal timbro profondo e inimitabile.

Anna Maria Curci

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E non mi fermo #12: Richard Adams, La Collina dei Conigli (nota di Giovanna Amato)

E non mi fermo #12: Richard Adams, La Collina dei Conigli. Traduzione di Pier Francesco Paolini, BUR
Nota di Giovanna Amato

Ho comprato La Collina dei Conigli in un periodo in cui volevo fare del coniglio il mio animale totem, cosa che non è riuscita per la potenza scalzante della Volpe. Lei è da molti anni il mio patrono: misteriosa e discreta, aggettivi che ben mi rappresentano, ma anche adattiva e resiliente, elementi di cui sono tragicamente incapace e che spero di imparare grazie alla sua tutela, presente nell’iniqua quantità di ninnoli e indumenti a sua immagine che ho comprato o mi hanno regalato negli anni. Nei mesi in cui consideravo di andare in custodia al coniglio, invece, sapevo bene che l’animaletto dal piede battente mi assomigliava di più. E mi affascinava. Era declinato in mille modi inquietanti, a partire dal Bianconiglio che somiglia a un terrificante psicopompo. La realtà è che, avendo al tempo un coniglio in casa, ho notato come il coniglio pur nella sua affettività delicata mantiene una distanza che non è dovuta solo al suo temperamento, ma a una sorta di appartenenza a un mondo altro. Il coniglio sembra continuamente impegnato, anche mentre restituisce un abbraccio. Ha gli occhi esposti altrove, sta ragionando su qualcosa che non ci può riguardare. È un adepto dei culti misterici, senza dubbio; un autore di qualche inno a Demetra. Questo mi colpiva e mi intrigava, e durante la mia collezione di incisioni e statuine ho comprato questo libro dalla grafica stratosferica. E ho ritrovato la mia idea di coniglio in una lunga narrazione basata sulla forte empatia del lettore mescolata a una continua perturbanza.
La prima edizione de La Collina dei Conigli è del 1972, 1975 in Italia. La storia è stata raccontata in macchina alle figlie da Richard Adams, uomo diligente e studioso che si è laureato in storia moderna dopo aver servito durante la Seconda Guerra Mondiale. Il manoscritto è stato rifiutato da quattro editori e tre agenzie letterarie perché troppo adulto per i bambini e troppo bambino per gli adulti. Alla sua uscita, stravince qualsiasi premio per la letteratura per ragazzi. Diventa una serie televisiva lisergica e poco clemente con il libro, concedendo troppi sentimentalismi nell’errata convinzione che sia questo ad accaparrare il pubblico bambino, e per far dimenticare qualche truculenza del tutto fuori luogo. Ci penserà la BBC a fare, qualche anno fa, una trasposizione meravigliosa in pochissimi episodi. Qualcuno ha detto: la nostra generazione ha la sua Eneide. Richard Adams protestò contro questa interpretazione del New York Times, ma a un certo punto l’autore deve avere il buon gusto di eclissarsi. Perché è vero. L’incredibile architettura del libro, basato per metà su una fuga da una comunità distrutta e per metà su una battaglia contro dei feroci autoctoni per ottenere una terra dove fondare la propria patria, ha una grazia e una profondità che hanno poco da invidiare all’originale. Il tutto impreziosito da miti, racconti, esergo tratti dai libri più disparati (dai manuali sull’allevamento dei conigli a Shakespeare ed Esiodo) e una lingua ricostruita con parole onomatopeiche che fa capolino durante le conversazioni.
La storia è semplice, i suoi sviluppi sono infiniti: Quintilio, fragile coniglietto profeta, probabilmente epilettico come chi è caro agli dèi, avverte che qualcosa di terribile sta per accadere nella sua conigliera e con l’aiuto del generoso e solido fratello Moscardo cerca di convincere quanti più compagni possibile a scappare. Qualcuno li seguirà, altri moriranno gasati perché l’uomo ha deciso di usare quel terreno per costruire. Ma questo siamo solo noi umani a saperlo, deducendolo dalle visioni di Quintilio.
Viene qui in mente un recentissimo libretto di George Saunders, tradotto in maniera incredibile da Cristiana Mennella per Feltrinelli. Qui una volpe (immaginerete che l’acquisto è stato immediato e in più copie), una volpe che ha visto lo sterminio delle sue compagne, scrive una lunga lettera agli umani per convincerli che sono gentili, che quello che hanno fatto non ha senso. Ha imparato la nostra lingua ascoltando una mamma raccontare le storie della buonanotte. Ma non sa scriverla: Caro L’ettore, prima vorrei dire, scusa perle parole che scrivo male. Perché sono una volpe! Cuindi non scrivo proprio perfetto. Maecco comò in parato ha parlare e scrivere bene così!
Un altro paragone che sorge spontaneo è quello tra Adams e Kipling. Adams iniziò a pensare alla sua storia raccontandola sera dopo sera alle figlie. Il centro della vicenda era la crudeltà dell’uomo nei confronti degli animali e la sua conseguente inferiorità a loro. Scrisse altre storie di animali, divenne presidente di associazioni animaliste, si schierò contro la caccia alla volpe candidandosi nel partito conservatore. Kipling, che postulò la convivenza tra uomo e animale con tutte le sue dinamiche e i suoi scontri, non avrebbe mai umanizzato gli animali delle sue storie e avrebbe sempre considerato l’uomo superiore, non per atteggiamenti o potenzialità ma per una sorta di investitura: in un brano di uno dei racconti, Bagheera spiega a Mowgli che ciò che i lupi del suo branco odiano di lui, il motivo per cui sono aggressivi e invidiosi e vogliono che vada via, è che lui può far abbassare lo sguardo a fiere pericolosissime, alla stessa Shere-Khan, solo fissandole negli occhi.
Tornando alla collina, a Watership Down, mentre assistiamo al lungo viaggio verso una nuova patria veniamo a sapere dei miti di fondazione, del patriarca El-Ahrairà (e del suo scudiero Ravascuttolo) talmente furbo da mettere in sacco perfino il creatore Fritz, e del terribile Nero d’Inlé, elegantissimo nome che cela l’elegantissima figura della Morte, il coniglio ombra dagli occhi rossi che porta oltre le praterie. Scopriamo i giochi più in voga, come sasso-spasso, che i conigli sono raggruppati in Ausle e che bisogna fermarsi a fare siflaia e dopo, ovviamente, la rakha.
La scena più incredibile si situa in uno dei primi incontri di questo viaggio che compone la prima parte dell’Eneide lapina: quando la piccola muta incontra una conigliera enorme, di conigli ben pasciuti, e decide di fermarsi a ristorarsi da loro. Solo Quintilio è perplesso ma il gruppo è stanco, esplora e si accoccola lungo le forti aperture e i cunicoli comodi, si stupisce di quanto cibo appaia praticamente dal nulla a disposizione di questa comunità. Noi che siamo umani rabbrividiamo: è una conigliera costruita dall’uomo, e “del laccio non si parla”, di chi non torna bisogna tacere per sempre… Moscardo cerca di calmare Quintilio anche con le brutte perché non vede nulla di male in quello che sta accadendo, ma la tragedia esplode nel modo più creativo possibile, un modo che fa di Adams un finissimo narratore. Chiamato a fare compagnia alla conigliera che li ospita, Dente di Leone narra una delle sue solite storie, un mito, forma letteraria delle civiltà più antiche. Il coniglio della conigliera che prende la parola no. Lui è vicino agli umani. La sua età dell’oro è finita. Lui ha fatto il salto di specie, è perduto. Lui recita una poesia, sul non senso della vita e sulla morte: i conigli sono turbati, ma Quintilio ha una vera e propria crisi, scappa, viene trovato da Moscardo in pieno delirio. E dice una cosa incredibile riguardo alla poesia e a quanto di più alto ai nostri occhi può esistere, mentre il lettore sobbalza: “una cosa può essere la verità e, insieme, essere una follia senza speranza, Moscardo”.Continua a leggere “E non mi fermo #12: Richard Adams, La Collina dei Conigli (nota di Giovanna Amato)”

Tempo per leggere #24: Il mio cuore, testo e illustrazioni di Corinna Luyken

Tempo per leggere #24: Il mio cuore, testo e illustrazioni di Corinna Luyken, traduzione di Cosetta Zanotti, Fatatrac 2019

Luci e ombre, contrasti, intese e sintonie nella vita interiore dei bambini e di chi vive accanto a loro: questo è il mondo de Il mio cuore di Corinna Luyken, un’opera poetica in ogni suo aspetto.
L’opera, infatti, comunica nell’insieme delle sue parti, nelle relazioni che esse stabiliscono tra loro e con il lettore, e nella sua interezza instaurando dialoghi a più livelli con chi le si accosta e la sceglie per le sue letture. Volutamente uso il plurale perché leggere qui è processo e risultato della molteplicità di elementi che danno forma all’opera attraverso la cura di ogni suo aspetto.
Il passaggio, per contrasto o per gradualità, tra la luce e l’ombra, tra aria e terra, si annuncia già dal grigio soffuso della copertina, quasi un’alba che scopre un bambino ripiegato sul terreno a tenere lo stelo di una pianta-cuore tra le dita.  Nel risguardo troviamo un altro bambino che sta mettendo a dimora delle piante- cuore, hanno lunghe radici arricciate e sono di un giallo luminoso. Il grigio e il giallo dialogheranno tra loro nelle pagine assumendo sfumature che danno corpo al colore, implicano forme e dilatano gli spazi fino a scambiarsi i ruoli tra sfondi, campiture ed accenti.
Come è rappresentativo l’uso del colore, così anche il testo dispiega simboli e metafore intorno al cardine della parola cuore allegoria ed emblema per eccellenza della vita interiore. Se la parola è abusata e forse inflazionata dall’uso e dalla trasposizione in un simbolino grafico a cui si ricorre oggi con tanta frequenza, l’albo di Corinna Luyken ha il merito di farcene saggiare peso e leggerezza, luce e oscurità, conforto e asprezza e di riportarci, quindi, a una considerazione più attenta di ciò che possiamo dire attraverso la parola cuore.
Sono le vicissitudini create dalle relazioni quotidiane, le esperienze di delusione e di crescita a stare alla radice della conoscenza di sé e della consapevolezza dei moti interiori, moti indagati in solitudine o nella confidenza con gli intimi, l’amica prediletta, la madre. Le illustrazioni fanno da ponte per la creazione dei significati. Concreta e fredda, ma altrettanto eterea e incantevole è la cancellata che richiama la separazione, “Certi giorni è barriera tra me e il mondo”, leggiamo nella pagina. Un vaso rotto e incrinato la cui forma richiama l’organo anatomico del cuore, è al centro di un dialogo tra una bambina e una giovane donna: potremmo soffermarci a lungo nelle pieghe di questa immagine, come di altre, e leggerla e rileggerla per ricreare le storie che ci portiamo dentro e per conoscere le storie di chi ci sta accanto.
“Il mio cuore è ombra, è luce, e guida”. Saper trovare la strada, accompagnarsi all’altro e dargli protezione, fare del cuore una guida è un’altra traccia lasciata dalle parole illuminate dalla raffigurazione del cielo notturno dove lo sguardo scopre le costellazioni come vie che percorrono le distanze interstellari per dire della possibilità di unire parti distanti, di dar luogo all’incontro. Ma perché ciò possa avvenire è necessario essere consapevoli che si può fare una scelta e che la scelta proviene da un lavoro interiore di cura costante: le piante messe a dimora nel risguardo iniziale, mostrano di aver propagato le loro radici in quello finale, sui piccoli fusti si elevano fiori luminosi.
Infine vale la pena spendere qualche parola sulla realizzazione dell’albo in merito alla cura grafica per l’impaginazione e la scelta del font, si tratta del Granjon, un carattere progettato dallo stampatore britannico George William Jones tra il 1928 e il 1929 e considerato tra quelli che forniscono al testo una maggiore facilità di lettura. Di non minore considerazione è la scelta dell’autrice di utilizzare inchiostro ad acqua e matite per le illustrazioni che risultano così pulite in un senso ampio ed etico del termine.

Cristina PolliContinua a leggere “Tempo per leggere #24: Il mio cuore, testo e illustrazioni di Corinna Luyken”

Jugendliteratur brisant #24: Ermanno Dodaro – Tullia Ranieri, Spostando l’acqua in un tuffo, Fefè editore 2020

Jugendliteratur brisant #24: Ermanno Dodaro – Tullia Ranieri, Spostando l’acqua in un tuffo, Fefè editore 2020

Un ritorno che è una scoperta per sé e un ricongiungimento al proprio passato. «Lastovo, l’isola ubriaca di luce», ha ricevuto da popolazioni e lingue diverse tanti nomi: Ladesta, Ladeston, Augusta Insula, Lagosta, Lastovo.
Spostando l’acqua in un tuffo di Ermanno Dodaro e Tullia Ranieri fa incontrare a Lastovo, una delle isole Curzolane che oggi fa parte della Croazia, mito e storia, con colori nitidi e con note di stupore gioioso e di malinconia struggente. Un diario di viaggio, quello dell’io narrante, un musicista nel quale chi legge riconosce Ermanno Dodaro. Una notte d’estate, il 28 luglio, l’io narrante, al termine di un concerto nei giardini dell’Accademia Filarmonica Romana, parte in macchina per recarsi a Termoli. Da lì, un catamarano lo porterà a Lastovo, «alla volta di quel miraggio antico di cui sempre, da che sono nato, ho sentito raccontare». È un appuntamento con l’isola forse rimandato per un tempo troppo lungo, ma ora finalmente realizzato. È un appuntamento con le origini di una parte della propria famiglia,
La storia della famiglia Romita, la famiglia della mamma di Ermanno Dodaro, si inserisce tra le vicende drammatiche e meno conosciute della Storia del ventesimo secolo, in particolare tra la fine degli anni Venti all’esodo delle popolazioni italiane dai territori dell’Istria e della Dalmazia. Nicola Romita, giovane benestante, sposa, contro il parere della famiglia, Maria Dionisio, di origini modeste. Apre una drogheria a Bari, la famiglia comincia a crescere,  poi la terribile alluvione del 1926 – disastro inatteso che travolge anche il negozio che cominciava a prosperare grazie al lavoro di Nicola, nonostante i guai causati dal fratello Ciccillo, la cui ‘collaborazione’ nell’impresa era stata imposta dalla famiglia – spinge Nicola a guardarsi intorno per trovare un posto dove ricominciare. Un amico gli parla di un’isola della Dalmazia: Lagosta. È lì che Nicola si recherà con la famiglia. Creerà i “Grandi Magazzini Lagostani”, un emporio che diventerà una realtà solida. Al cibo che nella grande famiglia non basta mai provvede anche con la sua passione e abilità per la pesca. Sono anni di vita piena per tutta la famiglia Romita. Alcuni figli, come Tilde, la mamma di Ermanno, nasceranno lì, frequenteranno le scuole, giocheranno con gli altri bambini dell’isola, cresceranno plurilingui: italiano, dialetto barese, serbocroato, varietà del serbocroato parlata a Lagosta/Lastovo.
È così che in una Storia raramente raccontata, quella di persecuzioni, perdite e abbandoni, si inserisce una vicenda ancora tutta da indagare, quella di tante famiglie italiane che dalla Puglia partirono per i territori dell’Istria e della Dalmazia che all’epoca facevano parte del Regno d’Italia, dove si stabilirono e condussero una convivenza operosa e pacifica con le popolazioni del luogo. Fino all’8 settembre 1943, fino a quando le milizie di Tito non reclutarono a forza i giovani abitanti italiani per azioni di guerra contro le truppe tedesche, minacciando di rappresaglie le famiglie in caso di fuga dei giovani dal reclutamento coatto. Al termine del secondo conflitto mondiale, poi, gli accordi tra l’Italia e lo stato che allora si chiamava Jugoslavia, la «cacciata dal Paradiso», l’abbandono delle proprie case dei propri beni, l’esodo del 1947, il ritorno in un paese d’origine che guarda gli esuli dell’Istria e della Dalmazia per lo più con diffidenza, con sospetto.
C’è verità storica nei trentaquattro brevi e densi capitoli di Spostando l’acqua con un tuffo, una verità che è restituita senza alcuna concessione al revanscismo e a sentimenti di vendetta. Già questo elemento rende il libro una lettura consigliata anche a un pubblico di ragazze e ragazzi. La cura nel tratteggiare i personaggi,  il nonno Nicola, la nonna Maria, la bisnonna Candida, “Caniuccia” con la sua saggezza e la capacità straordinaria di sentire e vedere gli eventi prima degli altri, la madre Tilde, le zie Dina e Pina, gli zii Totore e Arturo,  Nastunye, la ‘strega’ che salva la vita alla zia Dina e che in realtà si rivela un essere a metà strada tra l’angelo e il messaggero di una divinità che, come dice il suo nome, porta “rinascita”: tutto questo va di pari passo con la poesia inimitabile della natura a Lastovo, che l’io narrante non si stanca di cantare, anche con veri e proprio componimenti poetici (sono le poesie di Tullia Ranieri) che si inseriscono nella narrazione. Sull’isola l’io narrante ritrova, ancor più che le proprie radici, le proprie sorgenti, quelle delle quali ha sempre, anche se al principio solo vagamente, intuito l’esistenza lontana eppure reale. Dall’isola riparte con un carico di ricordi di cui si fa testimone, con gli occhi pieni di colori e di luce e con le orecchie che risuonano delle voci riconoscenti di chi non ha dimenticato i “Grandi Magazzini Lagostani” di Nicola Romita e di Maria Dionisio.

Anna Maria Curci

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Tempo per leggere #23: Antonella Capetti e Giovanna Zoboli, Un silenzio perfetto

Tempo per leggere #23: Antonella Capetti e Giovanna Zoboli,  Un silenzio perfetto. Illustrazioni di Melissa Castrillon, Topipittori 2018.

Non sempre è facile trovare le parole per esprimere uno stato d’animo, soprattutto se si tratta di condizioni che portano a una impasse, che risucchiano la voglia di vivere in una inspiegabile, incombente indolenza; soprattutto se a perdere l’energia e a trovarsi rinchiuso nell’antro del nulla è un bambino; a volte è addirittura difficile farsi uscire la voce per parlarne, è come se le parole fossero seppellite sotto cumuli di macerie e la fatica per dissotterrarle soverchiante.
Torno da una visita in una libreria del mio quartiere e mi porto a casa questo albo della Topipittori, Un silenzio perfetto, testi di Antonella Capetti e Giovanna Zoboli, illustrazioni di Melissa Castrillon. Non nego che, quando l’ho preso dallo scaffale, il nome delle autrici mi abbia indotto a sfogliarne le pagine, ma quando ho iniziato a leggere ho compreso di avere tra le mani un libro imperdibile, un albo che affida alla sensibilità e alla perizia delle autrici, alla sinergia tra testo e illustrazioni, il racconto di una esperienza di male di vivere.
Chi accompagna il bambino nella lettura, chi sta con il bambino mentre legge, disponibile ai suoi dubbi, alle sue domande, al suo desiderio di impadronirsi dei significati, saprà senz’altro che per alcuni il male di vivere è una condizione quotidiana e ricorderà le voci degli scrittori e dei poeti, le immagini sublimi e universali con le quali hanno dato a tutti la possibilità di intendere un sentire così particolare e il mio pensiero va ora, come esempio eccelso, alla celeberrima  Spesso il male di vivere ho incontrato di Eugenio Montale: gli adulti possono trovare qui “le parole per dirlo”.
E i bambini? Come possono essere aiutati i bambini nell’espressione e nella comprensione di stati d’animo così particolari che sembrano diventati, tra l’altro, di stringente e preoccupante attualità? Forse l’abilità di tessere una storia, e mi piace pensarla intrecciata alla voce affettuosa di un adulto, può venir loro in soccorso.
Una mattina il Grillo non si alza. Gli altri animali lo lasciano in pace, solo la Libellula, a mezzogiorno, si avvicina per chiedergli il motivo, ma non può sostare a lungo e va via senza una risposta. Il giorno dopo arrivano altri animaletti a chiedergli perché non si alza, lo Scarabeo gli poggia premurosamente le antenne sul capo per accertarsi che non abbia la febbre. Il Grillo ha pronunciato due sole parole che gli sono costate una fatica incredibile. Non sa, non capisce cosa gli sta succedendo. Solo un vecchio Coleottero senza ali lo guarda sorridendo senza dire nulla e il Grillo pensa che, forse, il Coleottero ha capito. Ma il quarto giorno, dopo che tutti sono andati via esaudendo il desiderio che il Grillo non ha la forza di esprimere, ecco che resta solo il silenzio, l’unica compagnia che desiderava. E il Silenzio si fa persona, si fa compagno dei giorni del Grillo. Senza bisogno di dire nulla, solo con la sua presenza, gli è accanto nella sua spossatezza e gli sorride con “un sorriso piccolo, appena appena, per intenditori” quando il Grillo pensa solo “Buongiorno”, perché la forza di parlare ancora gli manca. Con l’aiuto del Silenzio il Grillo troverà la pace dentro di sé e troverà il suo modo di stare nel mondo.Continua a leggere “Tempo per leggere #23: Antonella Capetti e Giovanna Zoboli, Un silenzio perfetto”

Jugendliteratur brisant #23: Vera Brosgol, Anya e il suo fantasma

Jugendliteratur brisant #23: Vera Brosgol, Anya e il suo fantasma. Traduzione di Caterina Marietti, Bao Publishing 2018 (2013)

Anya vive con la madre e un fratellino negli Stati Uniti, frequenta il liceo in una scuola privata non di prima categoria, si sente brutta e grassa e si vergogna delle sue origini russe. Non sopporta il cibo che le prepara la mamma, fedele alle ricette che ha portato con sé dalla terra di origine e gran lavoratrice – non c’è una figura paterna -, e cerca di far scomparire del tutto il suo accento russo.
Un giorno, Anya cade letteralmente, precipitando in una buca, sopra lo scheletro di quello che si rileverà il personaggio chiave della vicenda: il fantasma di Emily Reilly, una ragazza morta intorno al 1918, come il fantasma stesso le racconta. Da quel momento la vita di Anya cambia: il fantasma di Emily comincia ad aiutarla a scuola, dove si reca ‘nascosta’ in un piccolo osso del suo scheletro; si insinua nella sua vita affettiva, mettendo da parte l’unica amica di Anya, l’irlandese Siobhan, e cercando di imporle le sue mire per conquistare Sean, il belloccio della scuola.
Quella di Emily Reilly, il fantasma, per la conquista di un fidanzato, appare un’ossessione. Quando Anya si rende conto di questo e vuole liberarsi dal controllo di Emily, indagando sulla sua morte, scopre un alleato in Dima, il compagno di classe, russo anche lui, vessato da tutti perché nerd e «A.S.D.B.», ovvero «appena sceso dal barcone». Ciò che Anya, con l’aiuto di Dima, apprende sulla storia di Emily è sconvolgente.
Questa è la trama del racconto a fumetti di Vera Brosgol, anche lei, come Anya, di origini russe. Il fumetto è stato pubblicato la prima volta nel 2011 con il titolo originale Anya’s Ghost e menzionato già nel 2013, nella traduzione di Caterina Marietti, pubblicata da Bao Publishing, tra le “Scelte di classe – i migliori libri per ragazzi”. L’edizione italiana del 2018 segue la seconda edizione del racconto a fumetti pubblicata da Vera Brosgol nello stesso anno.
Si tratta davvero di una lettura interessante, e non solo per il pubblico giovane e giovanissimo. Il tratto tondo, preciso, del disegno, il prevalere del bianco e nero – toni che qui, a sottolineare il versante ‘horror’ della storia, si tingono di viola – così come lo sguardo attento ai contesti, storico, sociale, relazionale, ricordano il geniale Persepolis di Marjane Satrapi.Continua a leggere “Jugendliteratur brisant #23: Vera Brosgol, Anya e il suo fantasma”

Tempo per leggere #22: Ji Hyeon Lee, La piscina

Tempo per leggere #22: Ji Hyeon Lee, La piscina, Orecchio acerbo, 2015, traduzione dal coreano di Andrea De Benedittis

La piscina è un silent book dell’illustratrice coreana Ji Hyeon Lee. Silent book è la locuzione con cui vengono definiti in Italia gli albi senza parole, mentre il mondo anglofono usa l’espressione wordless picturebook, cioè libro illustrato senza parole, nel caso si tratti di albi che raccontano una storia tramite una sequenza di immagini. In questo albo diventano elementi costitutivi, oltre che formali, sia il silenzio che la sottrazione momentanea delle parole, la loro sospensione, a favore dello sguardo e delle altre percezioni sensoriali implicate in una lettura immersiva.
Raccontare una storia soltanto tramite immagini genera quasi sempre l’equivoco che i destinatari siano bambini, in maniera specifica bambini che non hanno ancora dimestichezza con la parola scritta: questo albo è una delle molte dimostrazioni di quanto e come siano spesso inattendibili e sterili le classificazioni preventive, gli incasellamenti, soprattutto quando la storia narrata richiama chi ne fruisce a costruire un suo percorso di lettura seguendo le tracce della sequenza di immagini e delle suggestioni generate dall’intersecarsi di linee, colori e spazi che evocano aperture inedite e originali per ognuno che si trovi a sfogliarne le pagine.
Parlando di questo albo, se ne può raccontare la storia in nuce,  consapevoli che ciò che diremo sarà solo una delle molte estrapolazioni dalla molteplicità dei significati che questa storia visionaria genera. Un bambino sta davanti a una piscina, il bambino e la piscina sono gli unici elementi di una scena  in cui predomina lo spazio bianco e solo l’acqua è colorata di un pallido azzurro.
Improvvisamente arriva una ridda di vacanzieri armati di salvagente, canotti, palloni gonfiabili. I corpi sono sbozzati, i volti atteggiati a una tronfia allegria, alla spacconeria, o all’avidità di conquistarsi il posto migliore. Il bambino si sposta e costoro si gettano goffamente in acqua affollando gli spazi in maniera inverosimile. Il bambino torna al suo silenzio, alla sua concentrazione, trova un posticino per entrare nella piscina e si tuffa nelle sue profondità.
Sott’acqua c’è anche una bambina. E qui accadono cose straordinarie: è il momento della meraviglia vissuta nel silenzio: non sono le parole, ma la condivisione muta che ne danno testimonianza, non c’è bisogno di dire, ma di vivere insieme l’esperienza. Insieme vanno alla scoperta di un mondo magico, popolato di fantastiche creature acquatiche, mentre le scene mano a mano si arricchiscono di colori.
Davanti ai loro occhi le profondità si riempiono di bizzarri pesciolini e argentee conchiglie, coloratissime lumache di mare drizzano le antenne facendo capolino dai loro rifugi nei quali trovano posto anche i due bambini. Ma anche squali dall’aspetto famelico attraversano le acque scivolando davanti a loro come la scena di un film. Distanziati gli squali, ecco comparire un animale mitico delle profondità marine, animale che evoca subito in noi uno dei giganti della letteratura mondiale, la balena bianca. Immota e immobile nel brulichio di bolle d’aria che la circondano, esercita il suo fascino con la sua mole e il grande, enigmatico, occhio azzurro. Oltrepassata la balena con uno sguardo che si indovina ancora incredulo, i due bambini si trovano a nuotare tra animali di varia foggia e natura, tutti con un’espressione sul volto, parola che dà conto dell’umanizzazione dei tratti, che pare segnarne attitudine e destino.
Il viaggio fantastico nelle profondità della piscina sta giungendo al suo termine, si iniziano a vedere le gambe dei rumorosi vacanzieri. I bambini escono dall’acqua e si tolgono cuffie e occhialini;  un modo per conoscersi: scambiarsi lo sguardo e un sorriso dolce senza dire una parola. Alla fine, nella scena che torna con la sua prevalenza di spazio bianco, il bambino va via con il suo salvagente mentre emergono dall’acqua creature colorate che lo guardano sorridendo. E qui leggiamo una dedica: «Alle persone che vogliono nuotare il mondo in piena libertà».Continua a leggere “Tempo per leggere #22: Ji Hyeon Lee, La piscina”

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