Jugendliteratur brisant #10: Emilio Salgari, Le novelle marinaresche di Mastro Catrame

Emilio Salgari, Le novelle marinaresche di Mastro Catrame. Illustrazioni di Fabio Visintin, Arnoldo Mondadori Editore. Prima edizione nella collana “Oscar junior classici” marzo 2016

«Se pensiamo alla grande schiera di non viaggiatori nella letteratura, riconosciamo immediatamente che, a dispetto di ogni globalizzazione, i non viaggiatori, innanzi a tutti i non viaggiatori della corporazione degli scrittori, hanno il proprio orgoglio e le proprie convinzioni e che, in cambio, amano gareggiare in immaginazione». Così scrive Felicitas Hoppe in Sieben Schätze. Augsburger Vorlesungen (“Sette tesori. Lezioni di Augusta”), scrivendo di viaggi e avventure reali e immaginati e, soprattutto, attirando l’attenzione sulla realtà altra, sulla verità dell’opera di immaginazione.
Quello appena menzionato è un passaggio che calza anche per Le novelle marinaresche di Mastro Catrame e per il suo autore, Emilio Salgari, che, informatissimo e accurato narratore ‘da camera’,  ha affascinato generazioni di adolescenti e preadolescenti con i romanzi dei Pirati delle Antille e dei Pirati della Malesia.
Qui, tuttavia, a tenere saldi i fili della narrazione non ci sono il Corsaro Nero o Sandokan, ma un affabulatore d’eccezione, un tipo dall’età indefinibile, burbero e solitamente taciturno: mastro Catrame, che dal comandante della nave viene scherzosamente punito, in seguito a una solenne ubriacatura (in realtà anche l’ubriacatura è stato uno scherzo, per quanto di dubbio gusto), a narrare, per dodici sere di seguito, dodici novelle marinaresche.
Si tratta dunque di una narrazione situata in una ben precisa cornice, che assume, a sua volta, anche un ruolo di ulteriore gioco e ulteriore riflessione, perché in quest’opera di Salgari il dialogo serrato – qui squisitamente incarnato dai personaggi di Mastro Catrame e del comandante – tra invenzione e realtà, credenza e cronaca, esperienza sensibile e fantasia si fa particolarmente animato e ricco di rimandi.
Mentre le dodici novelle si rivelano, una per giorno, chi legge scopre o rivisita le leggende del mare che provengono da un patrimonio millenario, diffuso a latitudini e culture anche molto distanti tra loro. I titoli dei dodici racconti sono già di per sé un richiamo ad andare loro incontro, facendosi catturare da quell’incantamento complesso e irresistibile, fatto di terrore e ironia, coinvolgimento e distacco divertito, che ha la complicità nel sogno tra chi narra e chi segue la narrazione: Il vascello maledetto, Il passaggio della linea, La campana dell’inglese, La croce di Salomone, I fantasmi dei mari del Nord, I fuochi misteriosi, Il vascello dei topi, Le sirene, Il serpente marino, Le murene, La nave-feretro sul mare ardente, L’apparizione del naufrago.
Le illustrazioni di Fabio Visintin, sia i disegni in nero su fondo bianco all’inizio di ciascun capitolo, sia le numerose tavole a colori, con un sapiente gioco tra colori – in prevalenza cobalto, rosso mattone, giallo ocra – e linee, a suggerire incontri drammatici e simbologie, arricchiscono questa edizione di un’opera, Le novelle marinaresche di Mastro Catrame, che Salgari diede alle stampe per la prima volta nel 1894 e che oggi, a oltre 125 anni dalla prima pubblicazione, non hanno perso nulla dell’attrazione che unisce reciprocamente coloro che «amano gareggiare in immaginazione».

Anna Maria Curci

 

«Poco dopo la mezzanotte, ecco apparire improvvisamente, attraverso quel freddo e pesantissimo nebbione, come una luce sanguigna che balenava or qua e or là, diventando talora intensa e talvolta diminuendo bruscamente, come se fosse lì per spegnersi. Cosa era? Io non ve lo saprei dire, quantunque il nostro capitano ci assicurasse che doveva essere un’aurora boreale che appariva al di là del nebbione. Io però stento anche ora a crederlo, poiché, qualunque cosa dicano i signori scienziati, non ho mai veduto un’aurora di quella specie, la quale si muoveva come se avesse indosso la tarantola.
– Ah! papà Catrame! – esclamò il capitano.
– Aspettate, signore, – rispose il mastro serio serio. – Quantunque quella luce color del sangue facesse su tutti noi un certo effetto, non ci spaventammo troppo, essendo sempre assai lontana, o almeno pareva che lo fosse. Ma il brutto venne dopo.
Mi ero recato a poppa per accendere la mia pipa, quando udii un grande chiasso alzarsi a prua, cioè chiasso precisamente no, perché erano grida di terrore.
– «Capitano! capitano!» – gridavano gli uni.
– «Si salvi chi può!» – vociavano gli altri.
– «I leoni!… gli elefanti!… i mostri del mare!…»
– Corsi verso prua e vidi uno spettacolo che mai non scorderò, dovessi vivere per tutta l’eternità.
– Su di una costa dirupata, che la luce misteriosa tingeva pure di rosso, vidi avanzarsi verso il mare un mostro enorme, alto almeno dieci metri, con una coda immensa, la cui estremità spazzava la neve, e una bocca così vasta da mangiare due uomini in un sol boccone. Dietro a quello ne vidi parecchi altri, tutti enormemente grandi, galoppare con balzi giganteschi verso di noi e schierarsi sulla spiaggia. Li contai: erano tredici, notate bene, tredici!
– Eravamo tutti istupiditi dallo spavento, pallidi come cadaveri, coi capelli irti e gli occhi sbarrati e senza voce. Che specie di mostri erano quelli? Erano forse i giganteschi animali che si ritrovano in quasi tutte le leggende dei popoli nordici, oppure d’altra specie e più voraci? Io so che al polo o nelle terre che lo circondano vivono orsi bianchi, lupi, volpi, buoi muschiati; ma ignoravo che vi fossero altri animali, e di quella grandezza poi!…
Il mastro guardò il capitano per vedere quale viso facesse, e noi pure lo guardammo: egli rideva tranquillamente!
– Non mi credete? – chiese il vecchio mastro, lasciando andare un poderoso pugno sull’orlo del barile. – Non ero ubriaco io!…
– Ti credo, papà Catrame, e sono anzi certo che tu hai veduto coi tuoi propri occhi quei mostri: ma continua e lascia che io rida a mio comodo.
– Ventre di foca!…
– Non irritarti, orsaccio; tira innanzi.
– Quegli animalacci si fermarono alcuni minuti sulla sponda, guardandoci e agitando le loro smisurate code, come se si sentissero spinti dal desiderio di gettarsi contro la nave e divorarci tutti, cosa poco difficile davvero per quelle bocche immani; poi, non so se avessero preso paura di qualche nuovo animale più potente o d’altro, fecero un dietro fronte e scomparvero con fantastica rapidità in mezzo alla sanguigna atmosfera.
– Non saprei dire quanto tempo rimanemmo senza essere capaci di pronunciare una sola parola, tanto era lo spavento che ci aveva invasi. Supplicammo il capitano di allontanarsi da quella costa, temendo un improvviso ritorno di quei mostri, assicurandolo che dovevano averceli mandati i maghi che vegliano attorno al polo; ma egli si strinse nelle spalle e minacciò di metterci ai ferri se parlavamo ancora di simili corbellerie!… Corbellerie, le chiamava lui!… Ventre di foca!… Se quegli animali avessero posto piede sul ponte, chi sa che pasto avrebbero fatto di noi tutti. Già, si sa, gl’increduli ci sono sempre stati, e quelli lì non prestano fede alle leggende del mare.
– Ma i maghi del polo non dovevano tardare a dare una smentita a quel signor capitano, dimostrando a fatti la loro esistenza e l’immane loro possa.
– Infatti una mezz’ora più tardi, in mezzo a quella luce che balzava ad ogni istante dal Nord-Ovest al Nord-Est, con delle vibrazioni strane, come se dietro di essa soffiasse un vento impetuoso, ecco apparire improvvisamente due barche immense, lunghe almeno cinquanta metri, montate da due giganti alti più di trenta braccia, i quali tenevano in pugno due smisurati remi a doppia pala. Avevano le membra coperte da lunghi peli, un cappuccio villoso avvolgeva la loro testa e sul dinanzi di quelle barche colossali si ergeva una specie di rampone da balenieri; ma che rampone!… Scommetterei che misurava almeno quaranta metri e che la sola punta pesava un mezzo quintale.
– Si avvicinarono alla nostra nave, che era immobile in mezzo al fitto nebbione, poi si arrestarono a cinque o seicento metri. Si scambiarono dei cenni, additandosi il nostro legno, indi tracciarono nell’aria dei segni misteriosi, e ci gridarono per tre volte, con una voce che pareva il ringhio d’un animale irritato: Tombok! tombok! tombok!…
– Io non so che cosa significassero quelle parole, e nessuno mai lo seppe; ma certo era un ordine perentorio di tornare indietro, se non volevamo seguire sotto i ghiacci eterni dell’oceano polare i disgraziati equipaggi delle due navi comandate dall’ammiraglio inglese.
– Vedendo che la nave non si muoveva e che, allibiti dallo spavento come eravamo, non pronunciavamo parola, alzarono simultaneamente i loro immensi ramponi e diressero le acute punte contro di noi. Guai se li avessero lanciati! Io sono persuaso che avrebbero passato da parte a parte i fianchi corazzati del veliero colla massima facilità.
– Fu quello un terribile momento per tutti noi; eravamo come inchiodati sul ponte e, per quanti sforzi facessimo per fuggire, una mano misteriosa ci tratteneva là, ai nostri posti; volevamo gridare, ma le nostre lingue pareva che fossero ingommate al palato e non emettevano che dei suoni inarticolati.
– Il capitano, che era il solo che non provasse quella strana emozione e quella specie di paralisi che aveva colpito le nostre membra e la nostra lingua, vedendo le minacciose mosse dei due giganti, trasse una pistola e fece fuoco.
– Allora accadde un fenomeno curioso e insieme spaventevole. Il colpo di pistola parve ai nostri orecchi che fosse forte come lo scoppio d’un cannone; i due giganti girarono le barche e scomparvero non so dove, poiché più non si videro; la luce sanguigna si spense di colpo e la nebbia ci avvolse più strettamente come se volesse schiacciare la nave o gravitare tanto su di essa da affondarla. Poi in mezzo a quella gelida tenebrìa udimmo scricchiolii acuti, tonfi, cozzi violenti e fragori sinistri che parevano prodotti da montagne di ghiaccio spaccantisi e capovolgentisi, e il vascello fu sollevato e scosso furiosamente da muggenti ondate, le cui creste spumeggianti rimbalzavano sopra le murate con mille urli.
– Ricorderò sempre quella notte passata fra i ghiacci del polo, in quella regione dei fantasmi e dei mostri; notte fatale, poiché parecchi dei nostri marinai perdettero la vita pochi giorni appresso. Infatti dopo quell’avvertimento il nostro veliero fu preso dai ghiacci, stritolato dalle pressioni che senza dubbio venivano dalle magiche arti di quei due giganti e dei loro tredici animali. Andò a picco durante una notte tempestosa, fra la nebbia e la neve che calavano furiosamente su quelle terre desolate e su quei gelidi mari, e parecchi miei camerati lo seguirono in fondo agli abissi.
– Io sono qui a raccontare quel viaggio disastroso, poiché ebbi la fortuna di venire raccolto l’anno seguente da un baleniere danese sulle sponde del canale di Lancaster; ma quei disgraziati dormono a fianco degli equipaggi dell’infelice ammiraglio, coperti dagli eterni ghiacci dell’oceano polare, dimenticati da tutti. Il mare muggirà sulle loro teste, l’aurora boreale illuminerà la loro umida tomba; ma nessuna creatura vivente mai forse si spingerà fino a quelle alte latitudini, per recare un fiore o spargere una lagrima sulle vittime dei fantasmi polari.
Papà Catrame alzò il capo e, guardando fisso fisso il capitano, disse:
– Ridete ora, voi che a nulla credete!
– Sui disgraziati che il mare travolse nei suoi abissi no, ma sui tuoi mostri e sui tuoi giganti lascia, papà Catrame, che rida.
– Non credete voi dunque alla leggende nordiche?
– No.
– E avete veduto anche voi dei mostri e dei giganti nelle regioni polari?
– Sì, papà Catrame. Dimmi: sai cos’è il miraggio?
– Sì, mi avete detto che fa vedere navi capovolte, città rovesciate, isole che non esistono e…
– Sai come si chiama il miraggio polare?
– Miraggio al polo!… Eh! via, voi scherzate!
– Si chiama rifrazione, e questo fenomeno è più frequente nei climi freddi che in quelli caldi, e ti fa apparire una volpe cinquanta volte più grande, un battello lungo come una corazzata, un uomo alto come lo spettro di Brokken nella Foresta Nera, eccetera. La luce sanguigna era l’aurora boreale, i tredici mostri erano lupi o volpi, i due giganti due poveri esquimesi montati sui loro kayak, ed essi, a loro volta, ingannati dalla rifrazione avevano preso il vostro vascello per una balena immensa o per qualche cosa di simile. Ah! papà Catrame! A quante cose credevano i nostri vecchi marinai!…
Il mastro non rispose. Fece un gesto di commiserazione, scosse più volte il capo, borbottò fra sé non so che cosa e se ne andò senza augurarci la buona notte. Se la paura di passare dritto ai ferri non l’avesse trattenuto, sono certo che avrebbe dato del pazzo all’incredulo capitano.»

(pp. 63-69)

 

Emilio Salgari nasce a Verona nel 1862, da una famiglia di modesti commercianti. La passione per il mare lo porta a iscriversi al Regio Istituto Nautico “Paolo Sarpi” di Venezia, per diventare capitano di lungo corso, ma non completerà mai gli studi. Le uniche acque che solca in questi anni sono quelle dell’Adriatico, ma diventerà uno dei più grandi, documentati e coraggiosi viaggiatori… da camera, portando con sé i milioni di lettori dei suoi romanzi. Nonostante il travolgente successo, però, non fu mai ricco e visse assillato da editori che approfittavano della sua fortuna. Tra le sue opere spiccano il ciclo dei “Pirati della Malesia”, che raccoglie le storie del leggendario Sandokan, e quello dei “Pirati delle Antille” che ha per protagonista il Corsaro Nero.

Fabio Visintin è nato a Venezia nel 1957 e ha esordito come cartoonist su “Linus”. In seguito ha collaborato con il “Corriere dei piccoli” e le più prestigiose riviste del mondo del fumetto. Attualmente lavora anche come illustratore e autore con importanti editori in Italia e all’estero.

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